Per noi o per gli altri? Il volontariato

In Italia il volontariato è una realtà forte e ben radicata. Qualcuno dice che questo è dovuto alla nostra natura altruista e solidale, qualcun’altro invece che è necessario per compensare le mancanze delle nostre istituzioni.

La visione più comune del volontariato è una dimensione legata all’età della pensione, cioè quando in teoria si dovrebbe avere più tempo libero e desiderio di attività sociali e compagnia. In realtà ben il 42% dei volontari ha un’età compresa tra i 30 ed i 54 anni.

Come sempre tuttavia, quando si tenta di valutare una situazione riducendola ad una serie di numeri e statistiche, sfugge completamente il significato più profondo che questa rappresenta nella vita di chi ne è coinvolto, sia nel fare che nel ricevere.

Spesso lo stimolo di fare volontariato nasce in un momento di difficoltà personale, nel tentativo di dare un senso ad una “fatica di vivere”, nella speranza di trovare significati e motivazioni che ci scuotano dal nostro torpore psicologico, spirituale e sociale.

E’ il momento giusto? Nel documentarmi per tentare di rispondere a questa domanda, ho trovato addirittura un articolo in cui si elencavano una serie di motivi per NON fare volontariato. Vivere un momento personale difficile era uno di questi. Paradossale è il fatto che in un elenco di motivi per farlo, si citava il vantaggio di cambiare prospettiva riguardo la propria situazione, grazie al confronto con il dolore, il disagio o la necessità altrui, ricevendo così un aiuto a superare momenti di crisi personale.

Io non sono in grado di valutare se questo sia giusto o sbagliato. Certamente cambiare la prospettiva sulla propria vita aiuta sempre.

Molto utile ed importante per la società sarebbe riuscire a trasmettere alle nuove generazioni il valore della gratuità, del mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze senza ricevere nulla di materiale in ritorno.

Il volontariato non è limitato alla sfera del bisogno in un ambito di disabilità dovuta a malattia, età o indigenza. Ogni comunità, grande o piccola che sia, è sempre alla ricerca di volontari per ogni genere di attività.

Sul fronte dell’analisi più approfondita riguardo le motivazioni che spingono le persone a dedicarsi al volontariato, ho trovato delle affermazioni che mi hanno lasciato un po’ perplessa.

Per esempio in uno studio relativo alla psicologia del volontariato ho letto:
“Per alcuni il volontariato è molto gratificante, perché dà significato nuovo alla vita, per altri serve ad alleviare un senso di isolamento; per altri ancora può contribuire alla pace interiore o alla soddisfazione di avere un certo protagonismo. Forse non è del tutto azzardato suggerire che spesso i volontari hanno più bisogno degli assistiti che non gli assistiti dei volontari” (A.Pangrazzi).

Nei risultati di un’altra ricerca ho letto che “secondo questo studio si potrebbe affermare che si mettono a disposizione tempo e risorse per guadagnarne in riconoscimento sociale, inoltre per fare volontariato non occorrono qualifiche specifiche e quindi è una forma di gratificazione facile e alla portata di tutti”.

Trovo in particolare fastidiosa, e peraltro neanche corrispondente a realtà, quest’ultima affermazione.

Chi decide di mettersi in gioco e di intraprendere questa strada, non viene istantaneamente messo al lavoro, con un adesivo a stellina sulla maglietta, semplicemente perché è buono.

L’aspirante volontario deve assistere a presentazioni, confermare le sue intenzioni, partecipare a corsi, essere selezionato, rispettare rigorosamente le regole che gli vengono date. Se è in grado di attenersi a tutto questo, allora può iniziare la sua opera.

Cosa ne riceve in cambio? Restate sintonizzati e lo scoprirete nei prossimi articoli.

Nelle prossime settimane intervisterò infatti alcuni volontari sulle loro esperienze e vi fornirò alcuni riferimenti per entrare, se lo vorrete, in questo mondo.

A presto!

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