PERSONAGGI DA SALA PROVE – Intervista a Stefano Elli

l'immagine del profilo di Stefano Elli
Mi sono accorta, in questa mia incursione nel mondo della musica, di avere tanti amici che in questo mondo ci abitano.

Vorrei poter sentire da ognuno di loro come vivono questa passione, ma mi rendo conto di non essere una giornalista musicale e che questa mia galleria di “personaggi da sala prove” dovrà ad un certo punto concludersi.

Tra tutti questi però non potevo assolutamente tralasciare Stefano Elli, un musicista con una preparazione ed un curriculum impressionanti. Con Stefano si parla di musica a 360° e si può affermare, senza timore di sbagliare, che la sua è stata ed è una vita dedicata alla musica.

L’ultima sua creatura è un album di musica rinascimentale suonata con la chitarra resofonica. Non vi preoccupate, nemmeno io sapevo esistesse un simile strumento…

Lo trovate su I-Tunes e Spotify, ascoltatelo, è emozionante.

Resophonic Guitar - G.A. Brescianello - F. Da Milano - J.S. Bach - P.P. Borrono, Stefano Elli

https://itunes.apple.com/it/album/resophonic-guitar-g.a.-brescianello/id882874377

Volete saperne di più? Leggete l’intervista e probabilmente, come è successo a me, resterete sorpresi!

“Ciao Stefano, grazie per aver accettato di partecipare a questa intervista”

Grazie a te per l’ospitalità.

“Raccontaci quando è nata la tua passione per la musica e quando hai capito che nella vita non volevi occuparti di nient’altro.”

Direi subito, fin dall’infanzia. Curioso è il fatto che nella mia famiglia non ci sia mai stato alcun legame con la musica.
Che io sappia non ci sono parenti, nemmeno lontani, che abbiano mai suonato uno strumento musicale o che avessero interesse anche al solo ascolto.
L’unica cosa che girava per casa erano quei pochi 45 giri di musica leggera che comperavano le mie sorelle maggiori. Roba un po’ cheap ma era quel che passava il convento.

Quindi, per soddisfare la mia voracità musicale, mi sono dovuto arrangiare con la radio almeno fino al momento in cui, con la paghetta settimanale, ho cominciato a costruire la mia discoteca personale.

A dodici anni ho poi scoperto che si poteva imparare a suonare uno strumento e così mi sono iscritto ad un corso pomeridiano di chitarra tenuto da un Professore di Italiano. Ti lascio immaginare la qualità dell’insegnamento.

Come ti dicevo, data la tipologia della mia famiglia, era impensabile anche per me immaginare che con la musica si potesse lavorare e quindi la decisione di farla diventare una professione è arrivata tardi, intorno ai 18 anni, e non particolarmente condivisa.

Da quel momento parte il mio percorso accademico del quale parlo più avanti. 

In realtà, prima come semplice passione e poi come professione, la musica ha da sempre occupato gran parte della mia vita.

“Che ricordi hai delle tue prime esperienze con altri musicisti? Quanti anni avevi?”

Così come ho imparato i primi accordi e le prime canzoni senza alcuna istruzione accademica, anche le prime esperienze di gruppo sono state alquanto empiriche.

I primi esperimenti, ovviamente tra compagni di classe, furono a dir poco disastrosi. Credo che non si siano mai superati i primi 25 secondi di una canzone.

La prima vera esperienza, della quale conservo ancora dei bellissimi ricordi, è stata con i “Lammings”… ma ho come la sensazione che tu conosca bene questa storia. Avevamo 15 anni e credo che quel che è accaduto nei mesi precedenti al nostro primo concerto sia stato a dir poco miracoloso.

Dal nulla abbiamo messo in piedi uno spettacolo di più di due ore con brani di Lou Reed, Police, Led Zeppelin, Who e scrivendo addirittura due brani originali.

“Quando è scattato l’amore per la musica classica?”

Diciamo che l’avvicinamento alla musica classica è avvenuto, come ti dicevo prima, più per necessità che per amore.

Nei primi anni ’80 l’unica scuola in grado di rilasciare un titolo di studio legalmente riconosciuto era il Conservatorio e all’epoca non esistevano, come oggi, corsi di musica Jazz o Pop. Quindi l’unico modo per avere una “patente” era quello di studiare la musica classica.

Ti dirò di più, data la mia età ormai fuori portata per il corso di chitarra classica, pur di entrare in Conservatorio mi sono iscritto a Contrabbasso, strumento che ho poi studiato per ben cinque anni. Sono successivamente tornato sui miei passi e dopo non pochi sacrifici mi sono poi diplomato in chitarra classica.

L’amore è arrivato attraverso la conoscenza di un mondo musicale che fino ad allora era per me sconosciuto. Non è stato immediato. É arrivato quando sono stato pronto.

“Pensando ad un gruppo di musicisti che va in sala prove si ha un’immagine di divertimento, soddisfazione, piacere di condividere una passione. Vale anche per la musica classica?”

Questa è una domanda un po’ particolare e non vorrei sembrare troppo cinico nel darti la risposta. Diciamo che quello che dici può avere senso nel caso in cui il progetto musicale sia fatto senza fini economici e in amicizia.

In ambito professionale sei pagato per fare un mestiere e quindi esegui quello che ti viene detto e lavori con persone che non hai scelto tu. Devi solo sperare che tutto fili liscio.

Non nego che a volte trovi situazioni nelle quali ti diverti e riesci anche a costruire dei rapporti umani di un certo interesse.

Questo vale sia per la musica moderna che per la musica classica. Ribadisco, il lavoro cambia tantissimo la prospettiva.

“Tu in realtà sei un artista completo che suona la chitarra classica, elettrica e moderna. C’è uno stile che ti appassiona più di altri?”

Perdona la mia pedanteria ma vorrei precisare, almeno per quella che è la mia idea, che non mi ritengo un artista. L’artista è per me chi crea un’opera d’arte e si assume delle responsabilità ben più grandi delle mie. Diciamo che svolgo il ruolo del braccio.

Per tornare alla domanda il mio strumento preferito è sempre stato e rimane tuttora la chitarra elettrica dalla quale mi sono parzialmente allontanato durante il periodo degli studi accademici. Di conseguenza anche gli stili musicali nei quali mi riconosco di più sono il Blues, il Rock, il Jazz… insomma tutto quel che è legato al mondo elettrico.

“Ti dedichi ad ore di prove regolarmente?”

Direi che le prove ci sono solo se c’è un lavoro da preparare e dati i tempi sono cosa sempre più rara. Continuo però a studiare per conto mio cercando di avere una certa regolarità anche se non è sempre possibile.

“C’è qualche episodio che ricordi con più piacere e che vorresti raccontarci?”

Ci sono episodi che nella mia vita musicale, e non solo, mi hanno lasciato dei ricordi indelebili e sono situazioni non necessariamente legate a momenti professionalmente importanti. La prima volta che ho toccato una chitarra elettrica. Era appesa in un negozio e io, senza farmi vedere, ho accarezzato le corde. Era ovviamente scollegata ma quel suono appena udibile mi ha aperto un mondo. Il mio primo concerto con i Lammings. Quando ho visto Freddy Mercury in concerto. Un solo di batteria di Billy Higgins. Quella volta in cui, privilegio assai raro per un chitarrista, ho suonato con un’orchestra sinfonica. Tieni conto che tu conosci la tua parte ma non hai la più pallida idea di quello che suoneranno gli altri. La mia postazione era vicino alla fila dei violini e, durante le prove, a metà del brano che si stava eseguendo è arrivato un passaggio tanto imprevisto quanto bellissimo e il trovarsi in quel suono è stato meraviglioso.

“Col passare degli anni come è cambiata la tua visione della musica?”

Quel che cambia, e credo dipenda dalla sempre maggior conoscenza tecnica della materia, è che diventa più difficile stupirsi. Per fortuna ogni tanto capita e tutto ritorna al proprio posto.

“Cosa diresti oggi ad un ragazzo che vuole dedicarsi a questa carriera?”

Tenendo conto che l’insegnamento occupa la gran parte della mia attività, mi sono trovato più volte ad affrontare l’argomento con gli allievi.

Certamente oggi è molto più difficile gestire economicamente l’attività di musicista principalmente perché in questo ambito girano sempre meno soldi.

É quindi ovvio che alla base della scelta sia necessaria una passione reale che abbinata ad una buona preparazione tecnica possa creare delle basi solide per rendere la musica una fonte di sostentamento.

E con questa intervista (anche se mi è più sembrata una dichiarazione d’amore per la musica…) si conclude la mia galleria di personaggi maschili. La prossima volta avrete una sorpresa!

Intanto approfondite la conoscenza con Stefano, cliccando sui seguenti link, ne vale la pena!

https://itunes.apple.com/it/album/resophonic-guitar-g.a.-brescianello/id882874377

http://www.noibrugherio.it/wp/2014/05/22/linsolita-accoppiata-tra-musiche-rinascimentali-e-chitarra-resofonica

PERSONAGGI DA SALA PROVE – Intervista a Flavio Ferri

 

 

ferrifoto

Chi è Flavio Ferri? Non chiedetelo a me, ho perso le sue tracce tanti anni fa. Anzi per un certo periodo lo vedevo solo in televisione con i suoi Delta V.

Ma come spesso succede nella vita, in un modo o nell’altro ci sono persone che continuano ad incrociare la loro strada con la tua e viceversa e così ci si ritrova a parlare (poco) del passato e (più volentieri) del presente, godendo di questo nuovo pezzetto di un’amicizia che pensavi persa.

Posso affermare, ma lui se vuole può smentirmi, che ero una delle sue poche compagne di liceo che ci capivano qualcosa di musica e questa passione comune ha permesso ad una ragazza ed un ragazzo timidi di iniziare a comunicare.

Poi la timidezza è passata e questa passione ha portato lui a fare credo di tutto in ambito musicale (testi, musiche, arrangiamenti, produzioni, colonne sonore) a livello nazionale ed internazionale e me a volerlo intervistare sull’argomento di questa galleria di “Personaggi da sala prove”.

Certo, per riuscire a farci raccontare da lui tutte le esperienze che ha vissuto, gli incredibili personaggi che ha incontrato, gli artisti con cui ha collaborato ci vorrebbe un libro, ma vediamo un po’ cosa ne viene fuori…

“Ciao Flavio! Grazie per aver accettato di partecipare a questa serie di interviste. Partiamo subito dall’articolo da cui nasce questa serie di interviste: -La sala prove: luogo dove si avverano i sogni- Che interpretazione dai a questo titolo?”

Ciao Clara grazie a te! Non vorrei iniziare contraddicendo il titolo dell’articolo, ma per essere più precisi direi che i sogni partono dalla sala prove, non è detto che si avverino sempre.

“Parliamo un po’ dei tuoi esordi. A quando risalgono le tue prime esperienze in sala prove? Che atmosfera c’era? Con chi suonavi e che genere facevate?”

Domandona. La prima sala prove che ricordo era il Free Sound di via Washington a Milano, però prima avevamo iniziato in cantina, a casa di Carlo, il mio “socio” storico, era più o meno l’inizio degli anni ottanta. Il genere era un guazzabuglio, un po’ di Lou Reed, Who, Ramones…

“In quale occasione ricordi di aver passato più ore in sala prove?”

Di sicuro negli anni dei Delta V, a provare per i tour, anche 12 ore al giorno.

“La peggiore e la miglior sala prove?”

La peggiore senza ombra di dubbio si chiamava forse Diam, era in fondo a via Novara a Milano, un posto terribile, cadeva a pezzi. La migliore è sempre stata il Jungle Sound.

“Quando il successo con i Delta V si è consolidato andare in sala prove è rimasto un divertimento?”

Sì e no, più tendente al no, direi che i tour erano molto più divertenti.

“Com’è cambiato nel corso degli anni il tuo approccio rispetto ai vari progetti musicali a cui ti sei dedicato?”

A me sembra sia rimasto più o meno lo stesso, mi entusiasmo facilmente e comunque col passare degli anni tendo a non pensare più al lato “commerciale”.

“Hai qualche episodio particolare da raccontarci?”

Nella vita di un musicista ce ne sono mille, tutti i giorni sono particolari, al novanta per cento cose da caserma 🙂

“In tutti questi anni non ti sei mai fermato e hai un gran bagaglio di esperienze. Quanto conta ancora oggi per te l’istinto nella scelta di un progetto musicale?”

Secondo me conta solo quello. L’esperienza ti aiuta a realizzare quello che l’istinto ti dice di fare.

“Secondo te perché per le nuove generazioni non c’è più il fascino della cantina insonorizzata alla meno peggio, la gavetta, le ore passate a provare e riprovare e discutere, ma alla fine venirne fuori contenti di ciò che si è ottenuto?”

Perché il mondo si è fatto troppo veloce. Perché si sogna meno, perché si vuole tutto e subito.

l'immagine del profilo di GIRLS BITE DOGS

“A cosa ti stai dedicando ora?”

Sto finendo un progetto ambizioso che si chiama “Girls Bite Dogs” con il mio nuovo “socio” Fabrizio Rossetti qui a Barcellona dove tutti e due viviamo. Una serie di brani cantati da 8 diverse cantanti che vengono da 8 diverse parti del mondo. Lo stiamo mixando in questi giorni. E siccome facciamo anche video (Fabrizio è un regista di quelli veri) tutti i brani avranno la loro parte visiva.

“Vuoi parlarci anche della tua piattaforma Revomuzik?”

Non particolarmente, era una bella idea morta troppo presto.

“Progetti futuri?”

Un sacco, però di solito parlare di queste cose porta sfiga.

“Grazie Flavio per aver partecipato a questa galleria di personaggi di sala prove e per il tempo che ci hai dedicato”

Siete interessati al nuovo progetto di Flavio? Cliccate sul seguente link per un’anteprima e visitate la pagina Facebook!

https://www.youtube.com/watch?v=5hEvZqNpD0s&feature=youtu.be

https://www.facebook.com/girlsbitedogs/?fref=ts

 

PERSONAGGI DA SALA PROVE – Intervista a Joe dei Tyrant

È con grandissimo piacere che oggi vi propongo l’intervista con i TYRANT, una storica band milanese che dal 1984 infiamma i locali dove si esibisce. La formazione attuale (Sam-voce e armonica, Joe-chitarra, Steve-chitarra e voce, Fico-basso, Sandro-batteria) suona insieme dal 2000 con Steve che si è aggiunto nel 2007.

Il loro album di potentissimo southern metal “Blues, Booze & Nothin’ to Lose” è imperdibile.

Quante volte avranno provato i loro pezzi? Centinaia, migliaia? In 30 anni hanno accumulato ore e ore di prove, discussioni, tentativi, soddisfazioni. Dopo tutto questo tempo che effetto farà a questi musicisti di così lunga esperienza ritrovarsi in sala prove?

Chiediamolo a loro!

Per saperne di più ho incontrato Joe.

“Ciao, sono felicissima di poterti incontrare per questa intervista e ti ringrazio per la disponibilità. Iniziamo con la storia della vostra band. Quando, come e da chi è nata l’idea?”

I Tyrant nascono nel lontano 1984 per opera mia. Desideravo mettere a frutto la passione e la capacita’ dello strumento (chitarra) nel genere allora emergente, cioe’ l’heavy metal.

Trovato in Fico (basso) il partner base cercammo gli elementi per completarne la line up. Ci furono molti personaggi più o meno illustri del panorama underground che passarono nei Tyrant.

Cito qualche esempio: mio fratello Ivano (voce con i trentini Vantage, Hide Raw e Dinasty), Jena Roberto Sambusida (batterista con i Deathrage), Andrea Viti (batterista con noi e bassista con gli Afterhours).

L’unico rimasto nel tempo è stato Fico, io e lui insieme siamo come Paul Stanley e Gene Simmons!

Il nome Tyrant venne a me ascoltando all’epoca una compilation dei Judas Priest.

“La vostra musica è cambiata nel tempo o siete rimasti fedeli alle origini?”

Allora i Tyrant primordiali erano molto influenzati dal volgere delle novità degli anni ottanta, eravamo un miscuglio di Iron Maiden e Venom tendenti al thrash fino allo scioglimento alle soglie degli anni 90.

Poi alla reunion nell’anno 2000 la band sposò il connubio southern rock e classic metal che portiamo avanti tuttora, cioè lo abbiamo ridefinito ‘southern metal’, diciamo che la nostra musica è cambiata ma al contempo stesso è rimasta fedele…bello no?

“Chi scrive i pezzi?”

Tutti insieme appassionatamente! Ovvero di solito uno di noi porta un accenno di riff e poi ognuno lavora sulla sua parte.

La parte del leone però è comunque quella di Fico perché è l’arrangiatore ufficiale della band, passa tutto attraverso lui!

“Ora arriviamo all’argomento da cui è nato il mio articolo -La sala prove: luogo dove si avverano i sogni- Che interpretazione dai a questo titolo? Sei d’accordo?”

La sala prove, luogo dove si creano i sogni e dove si alimentano! Ecco, secondo me è questa la giusta definizione, si realizzano invece nell’esternare la propria creatività con cd e concerti live.

A proposito “death to tribute and cover band”, viva la fantasia e la creatività al potere!

“Vi ricordate ancora le vostre prime prove di questa formazione? Provare per voi è un divertimento?”

Mi ricordo sia le prime prove alle origini sia quelle della reunion. Allora la band iniziò a suonare in sala prove nel lontano 1984 sotto alla metro di Gambara a Milano, era un’unica sala prove di un gestore di un negozio di dischi.

La sala prove era 3 metri per 4, ma messa bene! Mi ricordo che facevamo un sacco di casino, una volta siamo stati dentro la sala in 20 persone (ospiti e musicisti) e dal vetro che guardava dentro la sala comparve il volto rosso di ira del titolare che era incazzato! Fu un miracolo che non ci cacciò dalla sala!

Successivamente provammo in numerose altre sale comunque, dal Free Sound di via Washington al Fox Studio di via Marco d’Agrate al Mantas Studio di via Savona. Incidemmo il primo demo al Gabriel Studio in zona piazza Dergano sempre e comunque a Milano.

Tra le più incredibili sale prova che abbiamo avuto modo di calcare ci furono negli anni ottanta queste due che reputo indimenticabili: il New Diam che era di fronte al parco di Trenno e una sala prove in via Caterina da Forlì, dove dovevi aprire le porte della sala a scarpate, non funzionava un cazzo e accedevi attraverso una lavanderia mentre le sciure stiravano tra caldi vapori e odore di trielina!!!!!

Oggi proviamo di solito al Moonhouse di via Pizzi, un’ottima sala prove.

Suonare in sala prove è divertimento ma non solo… è anche impegno a migliorare le prestazioni di una band e plasmare le proprie canzoni.

“Secondo voi una sala prove vale l’altra?”

Ti ho già risposto un po’ sopra, in effetti c’è differenza tra una sala e l’altra, la differenza si vede dal momento in cui capisci l’amore che il titolare mette nel curare la qualità e l’efficienza dello studio. Puoi suonare in una sala vicino a casa, ma se ti trovi meglio in una più lontana fai lo sforzo di frequentarla.

“Quante ore provate in media?”

Di solito in base agli impegni lavorativi e/o familiari sono 2 ore per 4 volte al mese, ma se ben fatte a noi bastano.

“Quanto litigate in media?”

Di solito l’esclusiva dell’incazzatura ce l’ha Fico che a turno ci investe di bestemmie quando manca la giusta concentrazione, ma di solito ci sentiamo felici di stare insieme visto che ci sono pochi momenti per vederci.

“Questa attività di musicisti quanto vi identifica nella vostra vita di tutti i giorni? Qual è la vostra identità? Siete persone, ognuno con il proprio lavoro, che per passione suonano insieme o musicisti che per vivere fanno anche un lavoro?”

Buona la prima: siamo persone ognuno con il proprio lavoro che musicano per passione… i tempi dei sogni che citi all’inizio dell’intervista ormai sono passati, ci sentiamo comunque po’ rockstar dell’underground milanese, via!

“Recentemente, settembre 2015, siete stati protagonisti della manifestazione Rock in park, a cui hanno partecipato molti artisti tra cui Glenn Hughes. Ogni gruppo aveva la sua data, ma sono curiosa di sapere com’è in queste occasioni l’interazione tra gli artisti.”

L’interazione tra musicisti in formato live… per quelli con cui noi dividiamo la serata di solito facciamo vigere il nostro motto che è tratto da una canzone di Ted Nugent e cioe ‘Good friends and a bottle of wine’.

Massima disponibilità’ e simpatia per condividere insieme il momento live, pensa che noi di solito facciamo sempre una foto ricordo con le bands con cui suoniamo nella data!

“Praticamente ogni gruppo rock ha scritto una canzone riguardo la nostalgia della famiglia e di casa per dedicarsi alle prove e ai concerti. Vivete anche voi questa situazione con i vostri familiari?”

No! Perché’ a casa siamo quasi sempre, semmai ci sarebbe da scrivere una canzone sull’assenza dalla sala prove o sulle poche date che facciamo!!!eh! eh! eh!

“Prossimi progetti?”

Suonare, suonare e ancora suonare!……un caloroso saluto a te e alle lettrici e i lettori del tuo blog! Ciao! Stay southern metal!

Un clic sui seguenti link e avrete accesso al mondo dei Tyrant e potrete acquistare il loro cd.

www.tyrantband.com

Facebook TYRANTBANDMILANO

 

The F Word (or, why can’t you just admit that you’re a feminist?)

I agree. Period.

The Belle Jar

When I was growing up, my mother always self-identified as a feminist. When she would introduce my sisters and I, she would refer to us as her three contributions to the feminist movement. I grew up with this idea that feminists were awesome, kick-ass women (and men!) who went around fighting injustice and high-fiving everyone. Feminism!

So, not gonna lie, I was pretty upset and confused when, a few weeks ago, I discovered that my mother no longer thinks of herself as a feminist.

It came up during discussion in which I was trying to convince my sisters that they were also feminists (these discussions, as I’m sure you know, always go super well). In a moment of frustration, I turned to my mother and asked her to just tell my sisters that they were feminists so that we could stop arguing about it and get on with our lives…

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PERSONAGGI DA SALA PROVE – Intervista ad Alessandro degli studi Moonhouse

Alessandro è “il tipo della sala prove”, il mago del mixer, l’inesauribile fornitore di cavi, jack e simili, ma anche un musicista. Potrebbe esistere un personaggio migliore per gestire una sala prove?

Davanti ai suoi occhi (e alle sue orecchie…) sono passati innumerevoli musicisti portando in sala prove le loro passioni, i loro sogni e confidando in lui per ottenere proprio quel sound che hanno in testa.

Sono impaziente di farmi una chiacchierata con lui per conoscere come è arrivato a svolgere questa attività e per farmi raccontare qualche aneddoto.

Ciao Alessandro grazie per aver accettato di partecipare a questa “galleria di personaggi”.

Iniziamo con un po’ di storia: da quanto tempo ti dedichi alla musica? Che strumento suoni?

Innanzitutto grazie per avermi coinvolto in questa tua bella iniziativa.

La musica fa parte della mia vita da quando avevo 8 anni, ho un fratello più grande che “mi ha iniziato“.
Il tutto incomincia alla fine degli anni 70, la musica era veramente viva, i giovani si identificavano in punk, metallari, mods, ska, paninari, dark, rockabilly e così via, mode, forse appartenenze a classi sociali diverse, comunque sia il denominatore era per tutti la musica, la loro musica.

In quegli anni mia nonna al compleanno mi regalò una chitarra, e tutto iniziò…

Quando hai capito che questa passione poteva diventare il tuo lavoro?

Era il 1995, io e Gianluca (il mio socio) ci conoscevamo e frequentavamo già da 15 anni, eravamo stati compagni alle medie, anche lui suona la chitarra e anche molto bene, e in quegli anni si decise di provare a conciliare una passione ed un lavoro.

In media quanti musicisti arrivano in sala prove settimanalmente?

Negli anni abbiamo sviluppato diverse iniziative legate alla musica: fra laboratorio di liuteria, sale prove e registrazione, spazio foto/video transitano circa 200/250 musicanti alla settimana.

Come si svolge una tua giornata?

Come ti dicevo il nostro spazio, che ben conosci, si divide in diverse attività ed essendo in pochi ad occuparci di tutto bisogna essere un po’ multitasking, quindi, tolta la sera dove si concentrano maggiormente i gruppi e il lavoro è in quella direzione, durante la giornata si fanno cose a 360 gradi.

Nel corso degli ultimi anni i talent show hanno avuto sempre più successo. Ma tra le band più giovani esiste ancora il gusto della gavetta della sala prove, con ore e ore di ripetizioni, senza avere l’obiettivo di partecipare a queste selezioni? E, se vuoi dircelo, cosa ne pensi di questi programmi?

Hai toccato il tasto dolente…la musica sta attraversando una crisi profondissima, il mondo è diventato molto virtuale. Pochi ragazzi, in percentuale, suonano uno strumento, i talent provano virtualmente a proiettare il sogno, ma la via che indicano è una strada chiusa.

La musica non dovrebbe essere un bene di consumo, o per lo meno chi ha fatto la storia della musica ha sempre tradotto la propria emozione, visione delle cose, rabbia e amore in canzoni. Il fatto che alcuni dischi abbiano venduto milioni di copie è solo la conseguenza di quanto tutto ciò sia stato fatto bene, e senza premeditazione.

Da molti anni chi si occupa di produrre musica ha a capo manager che applicano sistemi di produzione e di vendita che nulla hanno a che fare con l’arte e la creatività. I risultati parlano da soli: se togli gli artisti dai 45 anni in su, quelli in grado di riempire gli stadi nel mondo si contano sulle dita di una mano.

Del resto la musica è la colonna sonora del momento storico in cui si vive.

Qual è il genere principale che viene suonato nella tua sala prove?

Il rock l’ha sempre fatta da padrone, ma la maggior parte dei gruppi oggi fa cover un po’ di tutti i generi, anche se io cerco sempre di spingerli a fare inediti, a cantare la propria emozione…la sensazione che si ha quando una tua canzone gira a dovere mentre la suoni è unica.

Avete anche una sala di registrazione?

 Sì, nella struttura ci sono due studi di registrazione, a gestirli ci sono Danilo e Jacopo. Si fanno lavori che spaziano da semplici riprese in diretta a dischi fatti e finiti.

Qual è il gruppo che da più tempo frequenta la tua sala prove?

Direi che ci sono quattro, cinque gruppi veramente storici con i quali si è sviluppato un rapporto di amicizia in tutti questi anni per i quali venire a suonare da noi è diventato un rito e che comunque hanno mantenuto il loro desiderio intatto.

La frequentazione è più maschile o femminile?

La frequentazione è principalmente maschile. Tranne alcune eccezioni, il ruolo femminile nelle band è quasi esclusivamente da cantante e di conseguenza il resto dei musicisti è di sesso maschile.

Come mai secondo te?

Non saprei esprimere un giudizio in merito. Come ti dicevo, da noi provano band e le donne che si cimentano a suonare uno strumento sono poche.

Sei felice del tuo lavoro? Cambieresti qualcosa se potessi?

Sicuramente avere la passione per la musica ed occuparsene come lavoro è un privilegio, anche se, non potendo prescindere dalle logiche del denaro, il tutto perde spesso di poesia e si deve far fronte a tutte le problematiche di un’attività commerciale come le altre.

Hai qualche episodio particolare o momento memorabile da raccontarci?

Ma di cose particolari in tutti questi anni ne ho viste parecchie! Ad esempio mi ricordo di Joe, un batterista di circa cinquant’anni che veniva da solo a provare al pomeriggio ed era alla disperata ed eterna ricerca di elementi per portare a termine il suo progetto musicale. Un giorno mi telefonò per prenotare una sala perché doveva fissare delle prove per i Gipsy Kings e si presentò all’ingresso con i Gipsy Kings veri!!!

Grazie Alessandro, per il tuo tempo e per la bella intervista!

Grazie a te, anche per la pazienza, sai bene che i musicisti sono sempre un po’ scriteriati…

La sala prove di Alessandro è la storica MOONHOUSE di via Pizzi 29 a Milano (www.moonhouse.it) e quest’anno si festeggerà i vent’anni di attività.

La sala prove: luogo dove si avverano i sogni

Se i muri delle sale prove potessero parlare, quanti sogni potrebbero raccontarvi?

Ne ho viste di ogni genere: super-tecnologiche, super-datate, piccole, grandi, di design, con le bottiglie di birra vuote negli angoli…

Eppure in ognuna si respira l’odore del sogno condiviso da chissà quante persone che hanno suonato, cantato, discusso e riso insieme in queste stanze dall’atmosfera complice e ovattata.

In sala prove non conta da quanto tempo ti dedichi a questa passione, perché lo fai o se davvero hai trovato il successo. Quello che importa è esserci.

C’è chi si diverte a fare cover, c’è chi i pezzi se li scrive e se li suona.

Leggendo queste prime righe potreste pensare: cosa c’entra un articolo sulla sala prove con un blog che dichiara di voler dare un contributo ad una maggiore presa di coscienza nel mondo femminile?

C’entra, c’entra e vi spiego il perché.

La sala prove è uno di quei luoghi dove si vedono poche donne. Eppure la passione per la musica dovrebbe far scattare la voglia non solo di ascoltarla, ma anche di suonarla e di cantarla.

Come al solito però dobbiamo fare i conti con i condizionamenti che ci circondano. Capita che, nonostante l’epoca in cui viviamo, le donne che schitarrano, pestano sulla batteria o graffiano con la loro voce siano ancora guardate in modo strano.

Ma è un vero peccato rinunciare a vivere fino in fondo l’esperienza della musica e ascoltarsi in un contesto come la sala prove è esaltante anche per chi non ha nessuna velleità di successo nel mondo musicale, ma vuole solo divertirsi.

Provare per credere.

Nelle prossime settimane troverete sul mio blog una serie di interviste dedicate a “personaggi da sala prove”.

Se anche per voi la musica è vera passione, ma non vi siete mai buttate, spero proprio che, indipendentemente dalla vostra età o dal genere che amate, le parole che leggerete vi stimolino a provare questo luogo magico.

Per provare cose nuove non c’è bisogno di aspettare il momento giusto. Il momento giusto è adesso!

 

Recensione di “Back in the metal days”

Puo’ un breve romanzo, una storia, insinuarsi nella vita di una persona e farle riscoprire passioni, ricordi, sensazioni?

È quello che è successo a me con “Back in the metal days” di Isa Brutal.

A dir la verità qualcosa mi era successo ancor prima di leggere il libro. Era un pomeriggio d’ottobre di 2 anni fa e, scorrendo i vari post su Facebook, avevo letto che il libro sarebbe stato presentato dall’autrice presso la libreria dove lavorava un amico.

Il sottotitolo “Storia di una chitarrista heavy metal italiana nell’Europa degli anni ‘80” mi aveva fatto balzare dalla sedia. Avevo letto bene? UNA chitarrista italiana heavy metal? Non potevo mancare. Pur avendo qualche anno in più di Isa, avevo vissuto anch’io con passione, chiodo e capelli lunghissimi gli anni ’80 di una Milano che faticava a proporre concerti del genere e forse per questo ognuno di essi restava indimenticabile.

Invece la sera della presentazione mi ritrovavo a letto sotto forma di straccio con la febbre.

Nonostante questo, una copia, addirittura autografata dall’autrice, aveva trovato il modo di venire da me.

La prima volta ho letto il romanzo in mezza giornata, in fretta e furia, alla ricerca di nomi, luoghi, concerti in cui ritrovarmi e forse il significato che Isa aveva voluto dare alla storia mi era un po’ sfuggito, complice forse il fatto che lei stessa non l’aveva scritta come autobiografia.

Dopo la prima ubriacatura di ricordi, avevo avuto l’occasione di assistere ad una nuova presentazione e l’avevo riletto con più calma, iniziando a vedere ciò che questo libro era in realtà, ovvero la storia di un viaggio.

Da sempre nella letteratura i viaggi simboleggiano un percorso di evoluzione e il percorso della protagonista di questo piccolo, potente libro non è da meno.

Leggere questo libro è un po’ come prendere in mano le carte dei Tarocchi. Qualsiasi carta si peschi è un aspetto della vita.

Aprendo a caso le pagine di “Back in the metal days” si può avere la stessa sensazione. Le esperienze dei personaggi descritti spaziano dalla passione per la musica, alle amicizie, all’amore, ma anche alla droga, all’aborto, all’abuso. Il tutto viene trattato dall’autrice in modo diretto, ma mai inutilmente crudo.

Quasi sempre si valuta una storia per lo stile e la ricchezza della trama che, troppo spesso, rendono certi libri dei successi annunciati. Troppo spesso però si tratta anche di romanzi che a mio avviso risultano stucchevoli o senz’anima.

Il linguaggio di Isa invece è schietto, come se si trattasse di una chiacchierata tra ragazzi e, se chi lo legge ha vissuto i luoghi, le situazioni, le atmosfere descritte, può arrivare a sentirsi uno dei personaggi della storia che “viaggia” insieme alla protagonista.

Nel libro si parla anche di viaggi veri, ma, come dicevo, ciò che va letto tra le righe di questa storia, genuina e senza fronzoli, è il percorso e l’evoluzione della protagonista.

Sembra che nulla possa fermare la timida ragazzina delle prime pagine.

L’insofferenza per la mediocrità e il grigiore di Milano nei mesi più lunghi, quelli della scuola, l’autunno, l’inverno, il non volersi adeguare al branco, la forza della scoperta delle sonorità del metal innescano una miccia che non si spegne più.

Le vacanze non sono più semplicemente l’assenza del tran-tran quotidiano, ma l’occasione per vivere davvero e da cui si fa sempre più fatica a tornare indietro.

Ecco perché, la protagonista, pur con le sue insicurezze ed ancora non fiduciosa al 100% delle proprie capacità, fa il salto, rispondendo ad un’inserzione in cui si cerca una chitarrista.

Non voglio scendere in ulteriori dettagli, perché il libro va letto.

Penso comunque che sia un’ottima cosa che Isa abbia voluto scrivere il suo romanzo, in un ambiente dove c’è sempre la tendenza a celebrare ed idolatrare solo i grandi artisti stranieri.

Spero che il paragone non la infastidisca, ma credo che, se della storia delle Runaways è stato fatto un film, l’esperienza della “nostra” Isa non sarebbe da meno!

Buona lettura!

The only piece of advice I really treasure

Some time ago, inspired by all the lists of tips and suggestions for the new year resolutions I read and heard everywhere, I created my own half-serious suggestions list.

Do you remember?

https://stillrocking.wordpress.com/2016/01/13/good-advice/

https://stillrocking.wordpress.com/2016/01/17/insomnia-and-creativity/

I do not reject those pearls of wisdom, but I think that they are not as inspiring as I wished.

Today I stumbled upon a Mark Twain’s quotation I already knew, but that struck me as if I read it for the first time:

“Twenty years from now you will be more disappointed by the things you didn’t do than by the ones you did do. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover.”

It’s a fact that every century has its dreamers, inventors, visionaries. Depending on the time, they are and were treated in every possible way, from torture, derision, to awe, to suppression. But they all had something in common: the ability to go beyond the surface, to dare, to dream.

When Steve Jobs spoke the famous words, “Stay hungry, stay foolish!” he managed to sum up the unique philosophy of life that makes sense for me in a very short sentence.

The hunger for life accompanied by a certain amount of recklessness is not madness, it is the engine that should drive us to appreciate this journey, enjoying every opportunity, no matter who we are, where we live, how much money we have. What is appreciated by someone can be totally indifferent to another one.

Here is my list of what I have “explored” in recent years and that has enriched my life:

  •  create my own blog
  •  sing in a group
  •  practice Tai-chi
  •  practice Krav-maga
  •  discover the free online resources about meditation, energy techniques, motivational courses
  •  publish a household satirical magazine
  •  find resources that have inspired me to take care of my family and my home with no help
  • free myself from “reversed bias” (explanation follows) and learn to enjoy activities that I lived as a duty until a few years ago
  •  not being scared by washing machine and dishwasher breakdowns – yes, that’s right: as long as I can manage on my own, I will do it, screwdriver and clamp in my hand
  •  learn to say NO
  •  learn to let go of friendships that are fading
  • make room for new people, new ideas, new inspirations

None of this is making me rich (at least not yet …), less tired or perfect, but certainly eager to see what awaits me every morning.

And the great thing is that, the more I walk on this road, the longer becomes the trail of influences, imposed thoughts, unnecessary hesitation that I leave behind.

Even the “reversed bias” I mentioned before are terrible. Because of them we refuse “a priori” certain experiences, because we rebelled against them.

Take for example cooking. You already know what I think about it:

https://stillrocking.wordpress.com/2016/02/03/grandma-josephines-sweet-treats-i-e-my-opinion-about-cooking-sites/

But when I try (“explore”) some new recipe, I like it! Just as I like it when the outcome of one of my pieces de resistance is confirmed for the umpteenth time.

Until some time ago I hated to cook, because as a girl I was surrounded by people who gave too much value to this ability. And I thought, “You bet your @$$ you will never see me sweating in the kitchen in this way.”

Life then took me to a certain point where I had to cook twice a day, lunch and dinner, every single day. For me it was a nightmare.

But one day, just for fun, I tried some cake recipes and it felt good. From then on I started experimenting and at some point I realized that after all cooking was not that bad and I could not believe that I had regarded it in this way for my whole life.

Cooking was not tiring, holding on to an idea that no longer belonged to me was.

Have I made you smile with this new article? I hope so, but I also hope that I’ve been able to make you feel the intensity I live everyday life with. This does not preserve me from living dark moments, but it gives me an awareness of the great light we can enjoy every day.

Have a nice weekend!

Alla fine tutto si può riassumere in un unico, prezioso consiglio…

Qualche tempo fa, ispirata dalle classiche liste di consigli per i buoni propositi d’inizio anno che si sentono e trovano un po’ dappertutto, mi ero soffermata anch’io a pensare ad una lista semi-seria di suggerimenti.

Ricordate?

https://stillrocking.wordpress.com/2016/01/03/i-buoni-consigli/

https://stillrocking.wordpress.com/2016/01/09/insonnia-e-creativita/

Non rinnego le perle di saggezza che vi ho somministrato, ma penso che in realtà non siano abbastanza d’ispirazione per chi le legge.

Proprio stamattina mi è capitata sotto gli occhi una frase di Mark Twain che, pur conoscendo, mi ha colpito come se l’avessi letta per la prima volta. Dice più o meno così:

“Tra 20 anni sarete più delusi da ciò che non avete fatto rispetto a ciò che avete fatto. Prendete il largo, lasciate il porto sicuro, approfittate del vento. Esplorate. Sognate. Scoprite.”

E’ un dato di fatto che ogni epoca ha i suoi sognatori, inventori, visionari. Proprio in base all’epoca in cui sono vissuti hanno subito trattamenti di ogni genere, dalla tortura, alla derisione, al timore reverenziale, alla soppressione. Tutti però avevano in comune la capacità di non fermarsi all’apparenza, di osare, di sognare.

Quando Steve Jobs pronunciò le famose parole “Stay hungry, stay foolish!” riuscì in una brevissima frase a riassumere l’unica filosofia di vita che secondo me ha un senso.

La fame di vita accompagnata da una certa dose di incoscienza non è follia, ma è il motore che dovrebbe spingerci ad apprezzare questo viaggio, godendo di tutte le opportunità possibili, indipendentemente da chi siamo, dove viviamo, quanti soldi abbiamo e ciò che vale per uno può essere totalmente indifferente per un altro.

Giusto per non parlare di teoria e basta, ecco la mia lista di ciò che ho “esplorato” negli ultimi anni e che ha arricchito la mia vita:

  • creare un mio blog
  • cantare in un gruppo
  • praticare il Tai-chi
  • praticare il Krav-maga
  • scoprire le risorse online gratuite riguardo la meditazione, approfondimenti di tecniche energetiche, corsi motivazionali
  • pubblicare un giornalino di satira domestica
  • trovare, grazie a varie risorse, il modo di occuparmi in totale autonomia della mia famiglia e della mia casa
  • liberarmi da “condizionamenti contrari” (poi vi spiego) ed apprezzare anche attività che fino a qualche anno fa vivevo come un obbligo
  • non spaventarmi davanti ai guasti della lavatrice e della lavastoviglie – sì avete capito bene: fin dove possibile intervengo da sola, cacciavite e pinza in mano
  • imparare a dire NO
  • imparare a lasciar andare amicizie che si stanno spegnendo
  • far spazio a nuove persone, nuove idee, nuovi stimoli

Tutto questo non mi sta facendo diventare più ricca (non ancora almeno…), meno stanca o perfetta, ma di sicuro desiderosa ogni mattina di vedere cosa mi aspetta.

E la cosa fantastica è che, più percorro questa strada, più vedo dietro di me una scia di condizionamenti, pensieri imposti, inutili remore che mi lascio alle spalle.

Anche i “condizionamenti contrari” a cui accennavo prima sono tremendi. Sono quelli per cui scartiamo a priori certe esperienze, perché le abbiamo contestate ed escluse dalla nostra vita.

Prendiamo per esempio il fatto di cucinare. Sapete già cosa ne penso a riguardo:

https://stillrocking.wordpress.com/2016/01/27/gli-sfizietti-di-nonna-giuseppina-ovvero-cosa-penso-dei-siti-di-ricette/

In realtà, quando mi metto in cucina e provo (“esploro”) qualche nuova ricetta, mi piace! Così come mi piace quando la riuscita di uno dei miei piatti forti viene confermata per l’ennesima volta.

Fino a qualche tempo fa io odiavo cucinare, perché fin da ragazzina avevo persone intorno che secondo me davano troppo valore a questa capacità. E io pensavo “Col cavolo che mi vedrete mai affaticarmi intorno ai fornelli in questo modo!”.

La vita poi mi ha portato ad un certo punto a dover cucinare 2 volte al giorno, pranzo e cena, tutti i sacrosanti giorni. Per me era un incubo.

Un giorno però, un po’ per gioco, ho provato qualche ricetta di dolci e mi sono divertita. Da lì è scattata la voglia di sperimentare e ad un certo punto mi sono resa conto che tutto sommato cucinare non mi pesava più e non riuscivo a credere che per tutta la mia vita era stato così faticoso.

Faticoso in realtà non era cucinare, ma restare aggrappata ad un’idea che non mi apparteneva più.

Spero, con questo nuovo articolo, di essere riuscita a farvi sorridere, ma anche a farvi percepire l’intensità con cui vivo ogni giorno l’esperienza della vita. Questo non mi preserva da vivere momenti bui, ma mi dà la consapevolezza della grande luce di cui possiamo godere ogni giorno.

Buon fine settimana!