Recensione di “Back in the metal days”

Puo’ un breve romanzo, una storia, insinuarsi nella vita di una persona e farle riscoprire passioni, ricordi, sensazioni?

È quello che è successo a me con “Back in the metal days” di Isa Brutal.

A dir la verità qualcosa mi era successo ancor prima di leggere il libro. Era un pomeriggio d’ottobre di 2 anni fa e, scorrendo i vari post su Facebook, avevo letto che il libro sarebbe stato presentato dall’autrice presso la libreria dove lavorava un amico.

Il sottotitolo “Storia di una chitarrista heavy metal italiana nell’Europa degli anni ‘80” mi aveva fatto balzare dalla sedia. Avevo letto bene? UNA chitarrista italiana heavy metal? Non potevo mancare. Pur avendo qualche anno in più di Isa, avevo vissuto anch’io con passione, chiodo e capelli lunghissimi gli anni ’80 di una Milano che faticava a proporre concerti del genere e forse per questo ognuno di essi restava indimenticabile.

Invece la sera della presentazione mi ritrovavo a letto sotto forma di straccio con la febbre.

Nonostante questo, una copia, addirittura autografata dall’autrice, aveva trovato il modo di venire da me.

La prima volta ho letto il romanzo in mezza giornata, in fretta e furia, alla ricerca di nomi, luoghi, concerti in cui ritrovarmi e forse il significato che Isa aveva voluto dare alla storia mi era un po’ sfuggito, complice forse il fatto che lei stessa non l’aveva scritta come autobiografia.

Dopo la prima ubriacatura di ricordi, avevo avuto l’occasione di assistere ad una nuova presentazione e l’avevo riletto con più calma, iniziando a vedere ciò che questo libro era in realtà, ovvero la storia di un viaggio.

Da sempre nella letteratura i viaggi simboleggiano un percorso di evoluzione e il percorso della protagonista di questo piccolo, potente libro non è da meno.

Leggere questo libro è un po’ come prendere in mano le carte dei Tarocchi. Qualsiasi carta si peschi è un aspetto della vita.

Aprendo a caso le pagine di “Back in the metal days” si può avere la stessa sensazione. Le esperienze dei personaggi descritti spaziano dalla passione per la musica, alle amicizie, all’amore, ma anche alla droga, all’aborto, all’abuso. Il tutto viene trattato dall’autrice in modo diretto, ma mai inutilmente crudo.

Quasi sempre si valuta una storia per lo stile e la ricchezza della trama che, troppo spesso, rendono certi libri dei successi annunciati. Troppo spesso però si tratta anche di romanzi che a mio avviso risultano stucchevoli o senz’anima.

Il linguaggio di Isa invece è schietto, come se si trattasse di una chiacchierata tra ragazzi e, se chi lo legge ha vissuto i luoghi, le situazioni, le atmosfere descritte, può arrivare a sentirsi uno dei personaggi della storia che “viaggia” insieme alla protagonista.

Nel libro si parla anche di viaggi veri, ma, come dicevo, ciò che va letto tra le righe di questa storia, genuina e senza fronzoli, è il percorso e l’evoluzione della protagonista.

Sembra che nulla possa fermare la timida ragazzina delle prime pagine.

L’insofferenza per la mediocrità e il grigiore di Milano nei mesi più lunghi, quelli della scuola, l’autunno, l’inverno, il non volersi adeguare al branco, la forza della scoperta delle sonorità del metal innescano una miccia che non si spegne più.

Le vacanze non sono più semplicemente l’assenza del tran-tran quotidiano, ma l’occasione per vivere davvero e da cui si fa sempre più fatica a tornare indietro.

Ecco perché, la protagonista, pur con le sue insicurezze ed ancora non fiduciosa al 100% delle proprie capacità, fa il salto, rispondendo ad un’inserzione in cui si cerca una chitarrista.

Non voglio scendere in ulteriori dettagli, perché il libro va letto.

Penso comunque che sia un’ottima cosa che Isa abbia voluto scrivere il suo romanzo, in un ambiente dove c’è sempre la tendenza a celebrare ed idolatrare solo i grandi artisti stranieri.

Spero che il paragone non la infastidisca, ma credo che, se della storia delle Runaways è stato fatto un film, l’esperienza della “nostra” Isa non sarebbe da meno!

Buona lettura!

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