IN OMAGGIO A MIO PADRE E ALLA MIA GIACCA CON LE FRANGE

Oggi sistemavo l’armadio e ho preso in mano la mia giacca marrone con le frange. Un mare di ricordi mi ha travolto.

Questa giacca è più di un capo di abbigliamento, è la somma di ciò che era mio padre.

Ho il ricordo del giorno in cui me l’ha regalata come se fosse oggi.

Una volta avevo accennato a quanto mi piacessero le giacche di quel tipo.

Avevo 16 anni, mia madre aveva alzato il sopracciglio, mio padre mi aveva chiesto se volevo fare la hippy.

Poi un giorno, tornata a casa da scuola, entrai in camera mia e la vidi: era lì, appesa al pomello dell’armadio, in tutto il suo splendore scamosciato.

Ormai il mondo non poteva più fermarmi: con i miei capelli lunghissimi, quella giacca e una cassetta rock nel mio Sony chi poteva fermarmi?

Mio padre era così quando si trattava di mia madre, me o mia sorella: se poteva esaudire una nostra richiesta lo faceva. Subito.

Un’altra volta avevo detto che mi serviva un comodino più capiente. Bene, il giorno dopo avevo il comodino nuovo (bazzica tuttora per casa mia).

Lui era così: viveva per vederci sorridere ed è stato così fino all’ultimo giorno della sua vita troppo breve.

Mio padre amava viaggiare con qualsiasi mezzo: a piedi su e giù per le vette delle sue adorate Dolomiti, fino all’aereo che considerava un vero lusso.

Mi ricordo una volta in macchina insieme: a lui piaceva ascoltare la musica sempre. Appena erano uscite le autoradio con il lettore per le cassette ne aveva fatta installare una.

Così poteva ascoltarsi i suoi adorati Beethoven, Elvis e Papetti.

Ogni tanto ci concedeva di ascoltare una nostra cassetta mostrando indifferenza e una volta ne rimase nel lettore una dei Led Zeppelin. Sapete cosa mi disse?

“Mi è piaciuta la cassetta. Come si chiama questo complesso?”

Erano più le volte che mi sorprendeva di quelle che mi deludeva.

Era una persona buona e entusiasta, gran lavoratore, amava divertirsi e spendere bene i suoi soldi con e per la sua famiglia.

Gli piacevano le belle macchine e i bei vestiti e aveva capito che ogni tanto aveva bisogno di stare un po’ da solo tra le sue montagne per ricaricarsi ed essere sè stesso al meglio.

Cucinava, ci portava e ci veniva a prendere a scuola, insomma aiutava mia mamma, che lavorava tutto il giorno fuori casa, in ogni modo possibile. Certo, il fatto di lavorare in proprio era un vantaggio, ma considerato che era un uomo del 1930 era da ammirare.

Si è meritato tutto ciò che ha vissuto.

Oggi, che ho poco meno degli anni che aveva lui quando ci siamo dovuti salutare, mi rendo conto di quanto noi figli capiamo ben poco dei nostri genitori.

Si avvicina il periodo dell’anno in cui i ricordi si fanno più intensi e a volte tristi, ma quest’anno non voglio che sia così e voglio rendergli omaggio.

Perciò sai cosa ti dico papà? Indosserò la mia bella giacca con le frange, metterò su i Led Zeppelin e andrò  a bermi un birra alla tua salute.

Rock’n’roll!!!